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Uganda di diritti NO REPRESSIONE
post pubblicato in esteri, il 12 febbraio 2010
Contro la repressione dell'omosessualità in atto in Uganda, e contro la legge che il Parlamento ugandese sta preparando per punire gli omosessuali, pubblichiamo dal sito avaaz la petizione contro queste iniziative brutali che violano i diritti di ogni indivuduo al fine di ottenere un maggiore sensibilità dell'opinione pubblica.




Cari amici,

Il Parlamento dell'Uganda si sta preparando ad emanare una legge brutale che punirebbe gli omosessuali con l'arresto – e addirittura con la pena di morte.

Iniziali critiche a livello internazionale hanno spinto il presidente a richiedere una revisione della legge. Ma dopo che lobby di estremisti ben finanziate hanno fatto pressione sembra che la proposta di legge stia per passare -- minacciando persecuzioni diffuse e pene di morte.

L'opposizione alla proposta di legge sta crescendo, anche da parte della Chiesa Anglicana. Frank Mugisha, ugandese difensore dei diritti degli omossessuali, scrive che "Questa legge ci metterebbe in serio pericolo. Per favore, firmate la petizione e incoraggiate altri a mettersi dalla nostra parte – se ci sarà una enorme riposta a livello globale, il nostro governo si renderà conto che l'Uganda verrebbe isolata a livello internazionale per questa legge e la boccerebbe."

Dal momento che la decisione sarà presa nei prossimi giorni, soltanto un'ondata di pressione irresistibile a livello internazionale potrebbe salvare la vita di Frank e di molti altri. Diamo vita ad una immensa petizione per fermare questa legge che condannerebbe a morte gli omosessuali -- clicca qui per dare il tuo contributo e poi inoltra questa email:

http://www.avaaz.org/it/uganda_rights/97.php?cl_tta_sign=aeedbf784f18c12e734403f5bf8f875b

La petizione verrà consegnata al Presidente Museveni, ai mebri della Comissione di Revisione e alle ambasciate dell'Uganda in tutto il mondo questa settimana prima che sia troppo tardi, e anche ai principali governi donatori.

La proposta di legge prevede che chiunque sia condannato per avere rapporti sessuali con individui dello stesso sesso sia arrestato e impone la pena di morte per i "recidivi". I membri delle ONG che stanno lavorando per impedire la diffusione dell'AIDS potrebbero essere arrestati fino a 7 anni con l'accusa di "promuovere l'omosessualità". Anche la gente comune potrebbe rischiare fino a tre anni di prigione per mancata dichiarazione di rapporti omosessuali alla polizia entro le 24 ore!

I difensori della proposta di legge sostengono che questa legge difende la cultura nazionale, ma le maggiori critiche alla legge vengono proprio dall'Uganda. Il Reverendo Canon Gideon Byamugisha - uno fra i tanti che ci hanno scritto - dice:

"Viola le nostre culture, le nostre tradizioni ed i valori religiosi che invece ci insegnano a combattere l'intolleranza, l'ingiustizia, l'odio e la violenza. Abbiamo bisogno di leggi che proteggano le persone -- non che le umiliino, ridicolizzino, perseguitino e le uccidano in massa."

Rifiutando questa pericolosa proposta di legge e associandoci alla forte opposizione contro di essa, possiamo contribuire a creare un importante precedente. Aiutiamo tutti insieme i difensori dei diritti umani in Uganda e, fermando questa proposta di legge, salviamo delle vite – firma qui ora, e poi dillo ai tuoi amici e parenti:

http://www.avaaz.org/it/uganda_rights/97.php?cl_tta_sign=aeedbf784f18c12e734403f5bf8f875b

Con speranza e determinazione,

Alice, Ricken, Ben, Paul, Benjamin, Pascal, Raluca, Graziela e tutto il team di Avaaz

FONTI (INGLESE):

Lettera africana diretta al Presidente dell 'Uganda perchè non approvi la proposta di legge Anti-omossessualità:
http://www.africafiles.org/article.asp?ID=22761

Un capo della Chiesa di Uganda definisce la proposta di legge anti-gay come "genocida":
http://www.guardian.co.uk/katine/2009/dec/04/gideon-byamugisha-homosexuality-bill

Valutazione dell 'impatto della Bozza di Legge Ugandese Anti-Omosessualità sui Diritti Umani, di Sylvia Tamale, Preside della Facoltà di Legge presso l 'Università di Makerere, Uganda:
http://www.zeleza.com/blogging/african-affairs/human-rights-impact-assessment-ugandas-anti-homosexuality-bill-sylvia-tamal



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candidati presidenziale 2010
post pubblicato in ELEZIONI TOGO 2010, il 11 dicembre 2009

Reverendo Georges David ADA, presidente del PNTS




Agbéyomé Messan KODJO
, presidente dell'OBUTS




Faure Gnassingbé, presidente della Repubblica e presidente del RPT




Gilchrist Olympio
, presidente dell'UFC




Kofi Yamgnane, presidente di Sursaut Togo



































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La questione sarawi
post pubblicato in esteri, il 30 novembre 2009
Il discorso di Mohammed VI ed il respingimento di Aminatou Haidar


La questione del Sahara Occidentale è tornata in auge in seguito al discorso di Mohammed VI durante la commemorazione della marcia verde del 6 novembre 1975.

L’episodio storico viene denominato con l’espressione “marcia verde” per via del colore, il preferito del Profeta, che fu indossato da oltre 350.00 volontari in occasione della  processione del 1975 dove marciarono verso il Sahara Occidentale per rivendicare la sovranità marocchina dell’ex colonia spagnola.

Per il Marocco questa celebrazione ha un significato doppio: da un lato la rinascita marocchina sotto il regno di Hassan II, dall’altro una precisa volontà politica di affermare la sovranità di Rabat nel territorio sarawi.

Nel suo intervento il sovrano alawita ha voluto esortare il patriottismo marocchino di fronte alla tensione sulla questione del Sahara.

“Gli avversari della nostra integrità territoriale si sono impegnati ad osteggiare la nostra iniziativa d’autonomia proposta nel 2007 presso l’ONU. Sono andati verso l’ostilità sino a fomentare un piano di cospirazione”, ha precisato il sovrano nel discorso molto atteso all’occasione del 34esimo anniversario del recupero del territorio dal Marocco dopo la partenza della Spagna.

 “Riaffermando il nostro attaccamento ai negoziati attorno alla nostra iniziativa di autonomia, consideriamo il momento opportuno per affrontare questa escalation bellicosa con tutta le fermezza richiesta, al fine di mostrare un patriottismo sincero e una grande chiarezza riguardo le nostre posizioni,  assicurando così che ciascuno si assuma le proprie responsabilità” ha continuato Mohammed VI.

L’appello di sostegno all’unità e di condanna al separatismo è stato rivolto a tutti i componenti della umma islamica, indirizzandolo principalmente agli ulema.

Il Consiglio degli ulema marocchini, studiosi del Corano, sono intervenuti in seguito all’importante discorso tenuto da Re Mohamed VI  richiamando i “fratelli algerini” ad astenersi nel creare un clima di tensione e condannando qualsiasi sostegno al movimento separatista del Polisario.

Il Consiglio ha richiamato ugualmente l’Algeria a mettere un termine al calvario di circa 90000 “marocchini d’orgine sarawi” nei campi di Tindouf, nel sud-ovest algerino.

Il Marocco evoca da anni la questione dei suoi “sequestrati” sul territorio algerino dalla fine del 1975, data del ritiro negoziato dell’ex madrepatria iberica dal Sahara.

L’Algeria riveste il ruolo di regista nella politica del Polisario, in quanto ospita i campi profughi dei rifugiati Sarawi e, come antagonista del Marocco, desiderosa di uno stato cuscinetto da poter utilizzare come porto atlantico .

Sul fronte indipendentista si hanno notizie di arresti da parte delle autorità marocchine.

Il fatto più eclatante ha per oggetto il sequestro del passaporto marocchino all’attivista Aminatou Haidar.

L’attivista sarawi, denominata la “Gandhi del Sahara”, di ritorno dall’estero per ricevere diversi premi internazionali, dopo essere sbarcata all’aereoporto di Al Aaiun, capitale amministrativa del Sahara occidentale, è stata privata del suo passaporto e reimbarcata per Lanzarote, nelle isole Canarie.

Aver rinnegato in più di una circostanza la nazionalità marocchina le è costato il respingimento in Spagna.

Il ministro degli esteri spagnolo Moratinos ha proposto di  concedere lo status di rifugiata, ma Haminatou Haidar ha rifiutato e iniziato uno sciopero della fame.

Diversi artisti e intellettuali si sono mobilitati per organizzare degli eventi di solidarietà nei confronti dell’attivista. Appelli a sostegno del rientro a Laayoune sono arrivati dal premio nobel José Saramago al regista Pedro Almodovar.

Il blog indipendentista  Sandblast  riferisce che dal 6 ottobre, quindici attivisti sul fronte dei diritti umani del Sahara occidentale sono stati arrestati, imprigionati e interrogati. Alcuni di loro sono  stati giudicati da un tribunale militare per tradimento dopo aver visitato alcuni parenti nei campi del sud-est dell’Algeria. In agosto le autorità marocchine hanno impedito a sei giovani sarawi di raggiungere il Regno Unito per partecipare a un programma d’Oxford Talk Togeder, che favorisce il dialogo tra giovani delle diverse parti del conflitto.

Con una situazione che resta ancora molto tesa, difficilmente i negoziati potranno acquisire forma, e con il  Polisario che reclama un referendum d’autodeterminazione giudicato inapplicabile e irrealista da Rabat  un terreno d’intesa tra i due principali protagonisti pare non esserci all’orizzonte.


immagine tratta dal sito http://www.bakchich.info/






Satira Burkinabè
post pubblicato in esteri, il 20 novembre 2009



"Speriamo che la guerra continui in Afghanistan...."
"Tra gli ultimi venti paesi nella classifica dell'indice di sviluppo umano, è il solo a non essere africano...."


http://www.journaldujeudi.com/

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COMUNICATO UFC
post pubblicato in ELEZIONI TOGO 2010, il 17 novembre 2009

Pubblichiamo tradotto in italiano il comunicato del principale partito politico dell’opposizione togolese, Union de forces  de changement (Ufc), indirizzato all’Unione europea.

 

MEMORANDUM

Per un’elezione trasparente nel 2010

 

1. Commissione Elettorale Nazionale Indipendente(CENI)

L’esigenza di un’elezione presidenziale libera e trasparente impone che le decisioni della CENI siano prese con consenso e che i poteri in seno a questa istituzione, siano ugualmente divisi tra le due sensibilità che la compongono. La detenzione di una maggioranza meccanica non autorizza a oltrepassare la regola del consenso. È sotto questo spirito, e in ragione al consenso dell’Accordo Politico Globale (APG), confermato dalle discussioni di Ouagadougou che l’UFC ha accettato la composizione sbilanciata della CENI in favore della sensibile maggioranza parlamentare.

2. Crono programma dell’elezione

Il crono programma attuale è irrealistico. Obbliga alla fretta, provocando frodi e violenze senza rispondere in nessun modo alle esigenze di un’elezione trasparente.

La CENI deve avere un cronogramma chiaro e preciso che prende in considerazione i dettagli tecnici e operativi per una buona esecuzione dei compiti da compiere.

3. Revisione delle schede elettorali

Il carattere sistematico dei brogli nelle schede elettorali, operato dal regime RPT nei processi elettorali, rende indispensabili delle disposizione adeguate per stabilire delle liste elettorali realmente affidabili e sicure, da qui l’urgente necessità di procedere a :

- una revisione delle schede 2007 e alla correzione di tutte le irregolarità in sospeso ;

- una revisione trasparente delle liste elettorali per lo scrutinio del 2010 ;

- una stima rigorosa della popolazione totale del Togo nel 2010, per apprezzare la coerenza in rapporto alla popolazione elettorale uscita dalla prossima revisione delle liste elettorali.

La scelta dei prestatori di servizi informatici per la revisione e l’istituzione della scheda elettorale deve operarsi secondo una procedura di gara trasparente

4 Autenticità delle schede elettorali

 Sicurezza : la scheda deve essere sicura con delle specifiche tecniche             

 Autenticità : l’autenticità della scheda deve essere realizzata con la firma di due membri dell’ufficio elettorale, sorteggiati il giorno dello scrutinio

 Tracciabilità : l’origine della scheda deve poter essere verificata dall’adozione di una matrice

 

5. Modalità di scrutinio

In conformità all’impegno preso nell’APG di procedere alle riforme politiche indispensabili ala trasparenza e all’equità delle elezioni, il ritorno allo scrutinio uninominale maggioritario a doppio turno, adottato con referendum nel 1992 e modificato unilateralmente dal RPT nel dicembre del 2002, deve essere imposto.

 

6. Procedure dei risultati

L’assistenza internazionale, prevista per accompagnare il processo della presidenziale del 2010, aiuta la CENI a elaborare, per la fase cruciale dei risultati, delle procedure chiare e conformi alle norme internazionali di trasparenza generalmente ammesse. Queste procedure devono essere conosciute e seguite da tutti gli attori politici implicati e i loro rappresentanti. Queste saranno l’oggetto di una formazione adeguata e ben assimilata dagli agenti elettorali riguardanti e dai membri elettorali.

La CENI dovrà essere dotata di mezzi umani, materiali e logistici appropriati per la messa in opera efficace e rigorosa di queste procedure.

Una procedura chiara e dettagliata deve essere definita per il trattamento e l’autenticità dei risultati nei seggi elettorali.

7. Diffusione dei risultati provvisori

Tutti i risultati, parziali o totali, autenticati e affissi, possono essere diffusi attraverso ogni mezzo appropriato, come i media. Il Ministero della Sicurezza e della Protezione Civile come la HACC devono astenersi in ogni misura nell’intralciare l’esercizio del diritto all’informazione.

Le autorità pubbliche devono prendere ogni misura per evitare l’interruzione delle comunicazioni e della fornitura dell’energia.

8. Ricomposizione della HAAC

La Haute Autorité de l’Audiovisuel et de la Communication (HAAC) deve essere ricomposta al fine di riflettere la diversità delle pluralità nel Paese e di garantire l’uguale accesso di tutti nei media pubblici.

 

9. Voti speciali

I voti speciali sono occasione di irregolarità e abusi tali da essere evidenziati in ogni rapporto delle missioni d’osservazione elettorale.

-  voti anticipate delle forze di sicurezza e di difesa.                                                             Conformemente alle raccomandazioni del seminario organizzato dalla Corte Costituzionale a marzo 2009 a Lomé, il voto anticipato delle forze di sicurezza e di difesa deve essere soppresso.

- voti per procura e per deroga.                                                                                                              Le procure e le deroghe devono essere autorizzate solamente dai presidenti dei CELI dopo approvazione dei membri.

10. Insicurezza

La prospettiva dell’elezione presidenziale del 2010 è fonte di reali preoccupazioni in materia di rispetto dei diritti dell’Uomo e di sicurezza. Nella capitale Lomé come in altre località del paese, le popolazioni sono oggetto di rappresaglie. Queste manovre organizzate e pianificate hanno l’obbiettivo di instaurare un clima di paura, diffidenza e di insicurezza nel paese per dissuadere la popolazione a prendere parte allo scrutinio.

È necessario ricordare il tristemente celebre  Maggiore Bizilim Kouloun, accusato dal rapporto ONU in seguito agli avvenimenti del 2005, per aver organizzato nella prefettura di Ogou delle torture, il quale ha ripreso servizio a capo di un’organizzazione denominata GRAP( Gruppo di Riflessione e d’Appoggio al Partito RPT).

L’UFC chiede all’Unione Europea di aiutare il nostro paese al fine di garantire la protezione e la sicurezza della popolazione rendendo effettiva la neutralità dell’amministrazione, dell’esercito e delle forze di sicurezza.

11. Osservatori civili e militari

La presenza di osservatori civili e militari è indispensabile per rassicurare le popolazioni ancora traumatizzate dagli avvenimenti drammatici delle presidenziali 2005.


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Nuovo fronte di guerra in Somalia
post pubblicato in esteri, il 5 novembre 2009

 

Una nuova sequela di conflitti sta infiammando la Somalia centro-meridionale, sempre più dilaniata da faziosità claniche e scontri interreligiosi. Accanto alla persistente rivalità tra il debole Governo di Transizione e l’universo dell’opposizione  islamica, un ulteriore fronte di guerra si è aperto proprio tra le due principali forze ribelli, Al Shaabab e Hizbul Islam, che controllano de facto gran parte del territorio somalo.
La crisi interna all’opposizione islamica rischia di fomentare ulteriore instabilità e allontanare l’obiettivo di una sintesi tra le varie forze in campo. Se la notizia apre nuove prospettive per le Istituzioni transitorie sostenute dall’International Contact Group for Somalia e dall’Unione Africana, altrettanto pericolosa appare la possibilità che la dissoluzione del blocco d’opposizione apra nuovamente il vaso di pandora delle fedeltà clanico-tribali.
Al Shaabab (Gioventù Islamica) e Hizbul Islam (Partito dell’Islam), i due movimenti radicali che a diverso titolo avevano segnato la storia politica della Somalia durante il breve interregno delle Corti Islamiche nel 2006, si erano uniti nel Febbraio 2009 in un’alleanza “tattica” volta a rovesciare il Governo di Transizione di Sheikh Sharif Ahmed, estendendo gradualmente il loro controllo su sei delle otto province di cui si compone la Somalia centro-meridionale.
Benchè forti dei successi militari le due compagini avevano dovuto in più occasioni ricomporre gli attriti derivanti da una difficile convivenza nelle regioni sottoposte ad amministrazione congiunta, esacerbata dalle profonde divergenze ideologiche e personali tra i rispettivi leader.
Al Shaabab nasce infatti nel 2004 sotto l’egida di alcune eminenze grigie dell’ideologia islamica wahabita, formatesi negli ambienti religiosi tafkiri della diaspora somala nel mondo arabo e in Europa. La principale novità di Al Shaabab rispetto allo scenario politico somalo riposa sulla composizione interclanica del suo entourage, che prospetta implicitamente la fine di un’era dominata da settarismi tribali introducendo un elemento universale di forte coesione ideologica: l’Islam wahabita.
La rapida ascesa militare del gruppo, generosamente finanziato da ambienti vicini al mondo finanziario saudita, lo colloca ai vertici della composita alleanza delle Corti Islamiche che nel 2006 espugna Mogadiscio riunendo la città sotto un’unica amministrazione dopo 16 anni di guerra civile. Benchè confinata formalmente ad un ruolo di secondo piano nella distribuzione numerica dei seggi del Parlamento provvisorio (shura) l’organizzazione colloca alcuni dei suoi membri nelle posizioni apicali del neonato Ministero della Difesa (quale il vice-ministro Muktar Robow) e dell’ambito Dipartimento per l’Educazione (guidato dall’imam somalo-svedese Fuad Qalaf-Shangole).
Anche dopo l’ intervento militare Etiopico e la conseguente dissoluzione delle Corti, Al Shaabab si riorganizza rapidamente: la conquista di alcune amministrazioni chiave nel sud del paese al confine con il Kenya permette a due dei suoi leader, Robow e Shangole, di annunciare nel Settembre 2008 l’imminente istituzione di un emirato islamico. Benchè manchino collegamenti formali, Al Shaabab è ritenuta particolarmente vicina all’organizzazione terroristica Al Qaeda, tanto per la condivisione dell’ideologia islamico-radicale transnazionale quanto per l’ormai assodata presenza tra le sue fila di miliziani qaedisti provenienti da paesi esterni al Corno d’Africa.
 Hizbul Islam nasce invece nel Gennaio 2009 come risultato della frattura interna all’Alleanza per la Reliberazione della Somalia, organizzazione comprendente lo zoccolo duro delle defunte Corti Islamiche, la cui corrente moderata si distacca per aderire alla formazione di un nuovo Governo di Transizione previsto dalla road map di Gibuti.
I quattro gruppi che danno vita a Hizbul Islam (il Fronte Islamico, la fazione più radicale dell’Alleanza per la Reliberazione della Somalia A.R.S, la milizia Ras Kamboni e la milizia Anole) condividono un progetto politico che poggia formalmente sulla liberazione della Somalia da interferenze straniere e la creazione di uno Stato somalo regolato dalla legge coranica.
A differenza di Al Shaabab e della sua vocazione transnazionale,il nucleo di Hizbul Islam mira alla restaurazione di un forte Stato centrale, in grado di riconquistare la piena sovranità all’interno dei propri confini e perseguire il miraggio irredentista dell’unità pansomala che ha da sempre caratterizzato la politica dei padri fondatori.  Il passato militare tra le fila dell’esercito somalo delle due principali eminenze del gruppo, Sheikh Aweis e Al Turki (ex colonnello di Siad Barre e leader dell’ARS il primo, attivo sostenitore dell’Ogaden Liberation Front nella guerra del 1977 e fondatore della brigata Ras Kamboni il secondo) ne demarca il differente retaggio politico e personale. 
Gli screzi emersi in seguito alla proclamazione di un Emirato Islamico e le diverse opinioni circa l’impiego di miliziani stranieri nella jihad contro l’arcinemico Etiopico hanno gradualmente approfondito il solco tra le due parti.
La frettolosa composizione di Hizbul Islam cela però l’intrinseca debolezza politico-militare del suo fronte interno, caratterizzato da un’alleanza di convenienza tra il clan Hawiye (in particolare il sotto-clan Habir-Gedir-Ayr) di Sheikh Aweis, il clan Ogaden di Al Turki e il clan Harti della brigata Anole, uniti per far fronte comune dinanzi alla forza militare di Al Shaabab. La convivenza di queste formazioni sotto il medesimo ombrello risponde ad esigenze strategiche che non trovano corrispondenza nelle ambizioni di lungo periodo di ciascuno, ma riflettono la tendenza al disfacimento e alla ricomposizione delle forze politiche somale secondo dinamiche trasversali e talora contraddittorie.
La disputa emersa il 1 Ottobre 2009 in seguito alla decisione unilaterale di Al Shaabab di abrogare l’accordo di amministrazione congiunta sulla città di Kisimaio, stipulato nel Settembre 2008 con le milizie Ras Kamboni e Anole dopo la presa della città dalle mani delle milizie fedeli al Governo di Transizione, ha prodotto l’effetto di rinsaldare temporaneamente le fila di Hizbul Islam, mettendo contemporaneamente in dubbio la compattezza della Gioventù Islamica e la coerenza della sua strategia.
Durante i giorni della battaglia diversi testimoni hanno infatti confermato la presenza di almeno 10 technicals e diverse decine di miliziani fedeli a Barre Hirale, signore della guerra vicino al governo Etiopico e ex governatore della città, combattere fianco a fianco con Al Shaabab. Tale episodio ha evidenziato la disponibilità del movimento islamista a fomentare le rivalità interclaniche (Barre Hirale appartiene al clan Marexan) e a riallacciare temporanee alleanze anche con i più acerrimi rivali.
Sebbene decisiva ai fini della vittoria militare, questa mossa potrebbe aver creato frizioni all’interno del movimento, la cui gerarchia è stata recentemente ridisegnata. Alcuni indizi deporrebbero in tal senso: il passaggio indisturbato  delle milizie di rinforzo capeggiate da Sheikh Ahmed Madobe ( luogotenente di Hizbul Islam ed ex governatore di Kisimaio durante il breve interregno delle Corti Islamiche ) attraverso i territori del Basso Shabelle controllati da amministrazioni fedeli ad Al Shaabab; l’assenza di scontri armati nella capitale dell’Hiran, Beletwein, occupata congiuntamente dai due movimenti dopo l’evacuazione dei soldati Etiopici; il “pacifico” cambio della guardia tra le milizie di Sheikh Aweis e gli Shaabab in alcuni distretti di Mogadiscio.
La difficoltà nell’individuare “chi sta con chi” e i persistenti rovesci di alleanze perpetrati da signori della guerra che poggiano la loro forza politica ed economica sul persistere di uno stato di conflitto e confusione permanente sono alla base dell’incapacità della comunità internazionale di intervenire efficacemente e mediare tra le parti

 

La Guinea e la giunta militare
post pubblicato in esteri, il 4 novembre 2009

La situazione in Guinea resta ancora stagnante e tesa nonostante le continue pressioni della comunità internazionale.

Nella giornata di ieri sono iniziati a  Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, i lavori di mediazione tra la giunta militare al potere e le Forces vives ( raggruppamento delle forze di opposizione ) diretti dal presidente burkinabè Blaise Compaoré.

Il Presidente Compaoré è stato nominato mediatore della crisi in Guinea dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale ( Cedeao) per cercare al più presto una soluzione che possa far uscire Conakry dal caos.

Le forze dell’opposizione chiedono le dimissioni della giunta in seguito al massacro del 28 settembre, costato la vita ad oltre 150 manifestanti secondo l’ONU.

Da parte sua, il capitano Moussa Dadis Camara attraverso la televisione nazionale ha esortato la popolazione civile alla calma e ha invitato tutte le forze politiche guinenae al dialogo, ma resta da capire come un personaggio simile possa sostenere un dialogo.

Che credibilità ha il capitano Camara?

Poche, pochissime viste le dimissioni a catena del suo governo fantoccio.

La stessa Commissione nazionale d’inchiesta sul massacro di settembre, “voluta dalla giunta”non riesce a decollare, e nel giorno del giuramento dei membri, in totale 23, solo 16 hanno prestato giuramento.

Ieri anche il ministro della Comunicazione, Tibou Kamara ha presentato le proprie dimissioni.

Sono già quattro i ministri che hanno lasciato la poltrona.

Nonostante questi segnali, il capitano tenta di tenere a galla la propria nave, ma ormai l’acqua è dappertutto.

Ad un anno dal colpo di Stato e con le elezioni nel primo trimestre del 2010, la giunta militare appare sempre di più un remake in pieno stile africano di una dittatura post-coloniale.


disegno tratto dalla rivista burkinabè journal de jeudi n 945

http://www.journaldujeudi.com

Elezioni Togo 2010
post pubblicato in ELEZIONI TOGO 2010, il 2 novembre 2009

La Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) ha confermato la data del 28 febbraio 2010 per l’elezione presidenziale in Togo.

I membri dell’istituzione hanno indicato che la revisione delle liste elettorali avrà luogo dal 19 novembre al 16 dicembre.

La campagna si aprirà nei 15 giorni antecedenti lo scrutinio, il 13 febbraio.

La Ceni ha previsto la realizzazione in tempi rapidi di “Commissioni elettorali locali indipendenti”(CELI) in ogni prefettura e nei 5 arrondisements della capitale Lomé.

Il Presidente della Ceni, Tabiou Taffa, ha chiesto la collaborazione attiva dei partiti politici per rispettare il progamma : “Tutti i partiti politici hanno il dovere di operare per la pace sociale e per l’organizzazione di uno scrutinio libero e pacifico”.

Intanto nel Paese è giunta una missione d’esplorazione della Commissione dell’Unione Europea per incontrare i responsabili politici.

All’interno della visita la Commissione della UE cercherà di valutare i bisogni finanziari e tecnici del governo togolese per affrontare queste elezioni.

I membri della delegazione hanno incontrato l’esecutivo della Ceni e a giorni è previsto l’incontro con la stampa locale e con i responsabili dei partiti politici.

Il principale partito dell’opposizione l’Union de forces de changement(UFC) in attesa dell’incontro ha anticipato un memorandum di richieste alla delegazione della UE.

Per un’elezione presidenziale libera, trasparente e senza violenze nel 2010, l’UFC vorrebbe attirare l’attenzione dell’Europa sulle principali preoccupazioni riguardo i punti seguenti:

-. Commission Electorale Nationale Indépendante (CENI) ; Cronoprogramma dell’elezione ; Revisione delle schede elettorali; Autenticazione delle schede; Operazioni di scrutinio; Procedure dei risultati; Diffusione dei risultati provvisori; Sicurezza

 

L’UFC desidera che l’Unione Europea aiuti il Togo a garantire la protezione della popolazione ,auspicando una massiccia presenza di osservatori stranieri che possa rassicurare i cittadini, ancora scossi dagli eventi tragici delle elezioni presidenziali del 2005.





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permalink | inviato da francesco pongiluppi il 2/11/2009 alle 1:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
LE ELEZIONI IN TOGO 2010
post pubblicato in ELEZIONI TOGO 2010, il 24 settembre 2009

Il popolo togolese andrà alle urne il 28 febbraio 2010 per votare il prossimo presidente della repubblica secondo le date e le scadenze divulgate della Ceni(Commission électorale nationale indépendante).

 

Henri kolani,  presidente della Ceni, ha indicato che la campagna elettorale si svolgerà dal 13 al 26 febbraio 2010, e dal mese di novembre inizieranno i lavori di revisione delle liste elettorali e l’organizzazione pratica dello scrutinio.

 

Con l’annuncio del calendario elettorale sono iniziate le prime reazioni dell’opposizione, che non gradisce che la Commissione Elettorale sia presieduta da Henri Kolani.

 

Kolani è uno dei responsabili del PDR, Parti des démocrates pour le renouveau, ex partito all’opposizione e ora alleato al governo.

 

La Ceni pertanto non appare agli occhi dell’opposizione storica togolese un’istituzione neutra e imparziale.

 

Le ultime elezioni in Togo, avvenute nell’aprile del 2005, crearono un clima di guerra civile, che destabilizzò il paese per diversi mesi causando la morte di oltre 500 persone.

 

Le elezioni del 2005 incoronarono presidente della Repubblica il figlio dell’ex dittatore Eyadema, Faure Gnassingbé presidente del partito RPT.



 


Il ritorno dell'Etiopia in Somalia
post pubblicato in esteri, il 12 settembre 2009
  Come uscire dalla porta e rientrare dalla finestra.
A meno di un anno dall'accordo di pace di Gibuti, che in cambio di un nuovo governo di unità nazionale aveva sancito il ritiro delle truppe etiopiche dalla Somalia, l'esercito di Addis Abeba rientra nuovamente all'interno dei confini somali per tamponare i successi militari dell'alleanza islamista Hizul Islam - Al Shaabab,


Una lunga colonna di mezzi militari pesanti della terza divisione staziona ormai da mesi lungo il confine dell'Ogaden, pronta a intervenire nel caso di una disfatta militare del debole governo di Sheikh Sharif.
La presenza militare Etiopica serve un duplice scopo: da una parte come deterrente contro una diffusione a macchia d'olio dell'insurrezione islamista nelle turbolente terre irredente dell'Ogaden, abitate in prevalenza da pastori somali e da sempre rivendicate da Mogadiscio; dall'altra come base d'appoggio per l'organizzazione delle milizie alleate di Addis Abeba, ritiratesi da ampitratti della Somalia centro-meridionale dopo la trafila di debacles militari subite nei primi sei mesi del 2009.

L'interesse di Addis Abeba è concentrato sul controllo di due province strategicamente vitali per contenere le potenziali insurrezioni nell'Ogaden: la regione di Bay e Bakool, fino a poco tempo fa controllata saldamente dalle milizie Rahanwein filo-etiopiche, e la regione dell'Hiran.

Quest'ultima, abitata in prevalenza da membri del clan Hawyie, è tuttora teatro di un condominio scomodo tra le milizie islamiche moderate legate a Sheikh Sharif e le truppe di Al Shaabab e Hizbul Islam: questa situazione di stallo è ben evidente circolando per la capitale Beletwein, divisa a metà tra i due contendenti.

Il controllo completo di Beletwein rappresenta una posta altissima, del cui valore sono consapevoli gli stessi attori in campo: da questa cittadina si snoda infatti la principale arteria stradale che collega l'Ogaden Etiopico  alle pianure del Medio e Basso Shabelle e alle regioni settentrionali del Mudug e del Bari, controllate dall'amministrazione regionale del Puntland.

Per questo motivo nel mese di Agosto, al riparo dall' attenzione delle opinioni pubbliche internazionali, l'esercito Etiopico ha rotto gli indugi e varcato il confine, entrando manu militari nei pressi di Beletwein e inducendo Al Shaabab e Hizbul Islam ad una ritirata strategica per evitare il confronto in campo aperto.

La manovra Etiopica ha però incontrato diverse critiche, non ultima quella del governatore islamico della regione, Sheikh Ibrahim Ma'ow, ex membro delle Corti Islamiche e alleato del Governo Federale Transitorio.

Ma'ow ha condannato senza appello l'offensiva etiopica, mettendo in dubbio il proseguimento dell'alleanza stipulata con Sheikh Sharif e aprendo al colonnello Sheikh Aweis, leader di Hizbul Islam.

Il voltafaccia di Ma'ow mette in evidenza la precarietà delle alleanze e la debolezza del GFT, privo di una piattaforma politica e ostaggio di milizie provinciali su cui non esercita ormai che un flebile controllo.

Per fortuna dell'Etiopia e di Sheikh Sharif, anche il fronte islamico estremista registra i primi segni di una crisi che appare imminente.
Da una settimana si rincorrono le voci di preparativi militari nella città di Kisimaio,  principale centro economico e portuale del Basso Giuba.

Le milizie di Al Shaabab, che controllano la città in condominio con le truppe di Ras Kamboni e Anole (due dei quattro movimenti che a Gennaio hanno dato vita al nuovo soggetto politico Hizbul IIslam), hanno intimato a queste ultime di disarmare, dietro minaccia dell'uso della forza.
Gli uomini fedeli a RasKamboni e Anole sembrerebbero essersi ritirati nel circondario di Kisimaio, per organizzare la resistenza qualora dalle minacce si passasse ai fatti.

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TOGO: Kofi Yamgnane corre per le elezioni del 2010
post pubblicato in ELEZIONI TOGO 2010, il 3 settembre 2009
Kofi Yamgnane, presidente dell'associazione "Sursaut Togo" ha presentato mercoledì a Lomè la propria candidatura alle elezioni presidenziali del 2010.
A Lomé, M. Yamgnane ha presentato i suoi progetti per il futoro del Togo, dichiarando di aver percorso negli ultimi sei mesi più di 20 000 Km tra i villaggi del Paese, per conoscere da vicino i reali bisogni della sua gente.
Kofi Yamgnane è un uomo politico franco-togolese, ingegniere con doppia nazionalità.
La sua vita politica iniza nei primi anni '80 con l'adesione e la partecipazione attiva al partito socialista francese arrivando a coprire diverse cariche all'interno di più governi, ma dopo la morte del Generale Eyadema decide di interessarsi alla vita politica della sua terra natale fondando il blog Sursaut Togo, interamente centrato sulle vicende politiche togolese.
i suoi obbiettivi sono chiari: promuovere la democrazia, rinforzare il ruolo del parlamento, rappresentare il popolo, promuovere una giustizia imparziale e indipendente, combattere ogni forma di razzismo, xenofobia e tribalismo.
Il suo slogan? YES TO GO ! YES TOGO


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Mauritania: dal putsch militare del 2008 al putsch elettorale del 2009
post pubblicato in esteri, il 20 luglio 2009

Il Generale Aziz è stato eletto Presidente della repubblica della Mauritania, vincendo la sfida elettorale con il  52% dei voti.

Secondo il ministro degli Interni, Mohamed Ould Rzeizim, le elezioni si sono svolte in un clima sereno, fatto che-secondo il ministro- dimostrerebbe lo spirito di responsabilità dei mauritani.         

Diversamente dal ministro si sono espressi gli altri candidati che domenica mattina davanti ala stampa hanno etichettato queste elezioni come l’ennesima mossa per legittimare il colpo di Stato del 6 agosto 2008.

I candidati accusano il Presidente Aziz di aver manipolato attraverso la diffusissima corruzione il processo elettorale.

Più di 300 osservatori internazionali  hanno assistito il processo elettorale, senza denunciare eccessive dinamiche putschiste, ma nessun osservatore europeo era presente, ufficialmente per ragioni di calendario.

Insomma lo scrutinio che doveva mettere fine alla crisi nata dal colpo di stato militare dell’estate scorsa, dove il primo presidente eletto democraticamente in Mauritania, Sidi Ould Cheikh Abdallahi, perse la carica presidenziale, pare abbia invece legalizzato il putsch militare, senza destare troppo scandalo presso quelle istituzioni come la Lega Araba e l’ Organisation internationale de la Francophonie (OIF) che hanno spedito nella Al-Jumhuriyya al-Islamiyya al-Muritaniyya decine di osservatori.

 --Il Generale Aziz

 

L'EX PRESIDENTE DELLA LIBERIA CHARLES TAYLOR SI DICHIARA ESTRANEO AI CRIMINI COMMESSI IN SIERRA LEONE
post pubblicato in Liberia, il 15 luglio 2009

Per la prima volta Charles Taylor, ex presidente della Liberia e famigerato signore della guerra dell’Africa occidentale esprime le sue idee riguardo il processo che lo vede incriminato per i fatti risalenti alla guerra in Sierra Leone.

Charles Taylor, 61 anni, presidente della Liberia dal 1997 al 2003, fu una figura chiave nei crimini di guerra e crimini contro l’umanità perpetuati nel paese confinante.

Il Tribunale speciale per il Sierra Leone (Tssl), con sede a La Haye, giudicherà Mister Taylor per il suo ruolo presunto nelle atrocità della guerra civile di Freetown (1991-2002). Dovrà rispondere di undici capi d’imputazione, tra cui torture, violenze sessuali, arruolamento di bambini-soldato, riduzione in schiavitù di oppositori e ricorso ai lavori forzati.

Oltre mezzo milione di persone persero la vita o  furono selvaggiamente mutilate nel conflitto in Sierra Leone, legato al traffico di diamanti.

Lunedì per la per la prima volta dall’inizio del processo, Taylor si espresso in merito alle accuse a lui rivolte giudicandole come menzogne e disinformazioni, aggiungendo di aver combattuto tutta la sua vita nell’interesse della giustizia e dell’equità.

I giudici hanno ribadito le accuse, evidenziando il suo ruolo chiave nel finanziare i ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito (Ruf), che cercarono di impadronirsi delle zone diamantifere.

Per capire chi è realmente Charles Taylor è opportuno tracciare una sua breve biografia.

Taylor, americo-liberiano laureatosi negli USA, e in seguito arrestato per corruzione dietro richiesta del governo di Monrovia decise di darsi alla lotta armata alla fine degli anni ’80.

Nel 1989 il National patriotic front of Liberia(Npfl) con a capo Taylor invase la provincia nord orientale della Nimba, partendo dalla Costa D’Avorio. Attraverso finanziamenti dalla Libia e grazie all’appoggio di truppe del Burkina Faso, il Npfl in poco tempo riuscì ad occupare la totalità del territorio liberiano ma senza arrivare nella capitale Monrovia.

Taylor creò nei primi anni ’90 un sistema alternativo a quello statale attraverso il controllo delle principali ricchezze del Paese, ottenute con la strategia del terrore, che gli procurarono introiti pari a 250 milioni di dollari l’anno tanto da denominare il suo sistema “Taylorland”.

Contemporaneamente nel 1991 favorì l’invasione della Sierra Leone da parte del Ruf con l’obbiettivo di ottenere il controllo dei diamanti del Koidu.

Nel 1997, dopo anni di guerra civile, le elezioni volute dagli Stati Uniti diedero le chiavi del Paese a Charles Taylor, che vinse le elezioni con il 75% dei voti in un clima di paura e terrore.

Nel 2003 dopo anni di combattimenti e ormai  stretto dai due principali gruppi ostili i Liberian for reconciliation and democracy (Lurd) sostenuti dalla Guinea, e il Movement for democracy in Liberia (Model), Taylor fu costretto all’esilio in Nigeria.

Nel 2005 a seguito delle pressioni del governo liberiano di Ellen Johnsonn Sirleaf l’ex presidente Taylor fu arrestato dalle autorità nigeriane ed estradato.

Oggi questo signore di 61 anni dovrà rispondere di tutti i crimini da lui commessi, e potrebbe essere il primo tiranno africano ad essere giudicato dalla giustizia internazionale



IL GABON PERDE IL DINOSAURO BONGO
post pubblicato in esteri, il 9 giugno 2009

Il presidente del Gabon Omar Bongo Ondimba, al potere da 41anni, è morto ieri all’età di 73 anni.

Omar Bongo è deceduto in una clinica di Barcellona, dove si trovava ricoverato da circa un mese, a causa di un arresto cardiaco.

L’annuncio della scomparsa del presidente è avvenuto dopo una giornata in cui le voci sulla sua morte rimbalzavano sul net.

La conferma è giunta dalla voce del Primo ministro gabonese Jean Eyeghe Ndong.

Secondo la Costituzione del Gabon, il presidente del Senato, la signora Rose Francine Rogombé, deve assicurare la transizione sino allo scrutinio, da programmare entro 45 giorni.

A Libreville pare che l’esercito e la polizia siano in stato d ‘allerta, dislocato nei punti chiave della città, tra cui la sede della televisione.

Diverse autorità  del continente africano hanno espresso la loro tristezza per la scomparsa del presidente Bongo, tra questi il più shoccato è il presidente togolese Faure Gnassingbé che in un comunicato voluto esprimere la sua tristezza ricordando il vecchio presidente come:

“un vieil ami du Togo qu’il avait aidé à de multiples reprises, y compris dans les moments les plus difficiles”,

Una sincera amicizia legava il padre di Faure, il Generale Eyadema Gnassingbé, con il presidente dell’ex territorio della Africa Equatoriale Francese ( AEF ), oggi Gabon.





BERLUSCONI INCONTRA FAURE GNASSINGBE'
post pubblicato in esteri, il 9 giugno 2009

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, ha incontrato oggi alle ore 19,45 a Palazzo Chigi, il Presidente della Repubblica del Togo Essozimna Faure Gnassingbè, e alle ore 20,00 il Primo Ministro della Repubblica di Somalia, Omar Abdirashid Al Sharmarke.

Il presidente dello Stato togolese ha effettuato una visita di lavoro a Roma, per discutere di cooperazione bilaterale e della situazione politica in Togo e in Africa.

PAZZE EUROPEE!!- euroscettici all'europarlamento
post pubblicato in sardegna, il 9 giugno 2009

Pazze queste elezioni.

Pazza quest’Europa.

Più Pazzi gli elettori.

Si, gli elettori che hanno scelto,( libera e sacra la scelta di chi votare!) di far sedere all’europarlamento coloro che da anni combattono contro l’Europa.

Partiti di estrema destra, partiti nazionalisti e xenofobi, partiti di pensionati, di  fattucchieri e partiti di veline e calciatori.

Sono loro la novità!

Sono la novità, ma puzzano di muffa.

Hanno idee vecchie e malsane, ma se arriva un giovane bello e biondo, con  un pizzico di populismo, le trasforma facilmente in luce da seguire.

Vendono luce, ma vivono nel buio delle loro idee.

C’è chi ha promesso di combattere in difesa della propria cultura, e decide di candidarsi per Strasburgo.

Giusto.

Si vive bene a Strasburgo. Soprattutto con un buon salario e dei buoni privilegi.

Ci sono belle donne, bei locali  poi, magari per cinque anni si può studiare una idea politica su come essere scettici nei confronti dell’Europa Unita senza perdere di vista le indennità da europarlamentare.

C’è poi chi, come un  certo Presidente di una delle tante regioni autonome, appartenente ad una minoranza linguistica,  si rammarica per non veder rappresentato il proprio popolo all’europarlamento.

Povero quel Presidente!

Pare gli avessero promesso qualcosa, ma c'era un dissidio, non  si sa se la promessa vertesse sull’elezione certa di Iva Zanicchi all’Europarlamento o sulla possibilità di cambiare la legge elettorale che ostruisce alla sua gente di mandare qualche signore a Strasburgo.

Erano finte promesse.

Povero il Presidente!

La sua gente non vedrà la legge cambiata eIva Zanicchi non siederà a Strasburgo

I maligni sorridono.

Non solo i maligni.

Oggettivamente i vassalli hanno un altro ruolo: non hanno altro potere che gestire fedelmente la cosa altrui( del Padrone ).

Ora il povero Presidente dovrà accantonare il problema europee, è meglio sfruttarlo per una futura campagna elettorale.

Ora, pare abbia esternato, “viviamo in una società del malessere…….il fenomeno richiede una riflessione”.

Si ben detto.

IL FENOMENO RICHIEDE UNA RIFLESSIONE!!!!

Vorrei incontrare gli euro-scettici-parlamentari o euro- -parlamentari-scettici, ma resto “scettico” su che tipo di Europa potrebbero parlarmi..

Loro, parlamentari di un parlamento che vorrebbero eliminare.

Se la passeranno bene a Strasburgo.

Poi dipenderà dal periodo.

Ci sarà la stagione contro gli zingari, quella contro i turchi, quella delle frontiere, sino ad arrivare al tema da loro preferito: l’identità.

Stranamente quando si toccherà l’identità, loro troveranno il collante e magicamente non saranno più scettici ma semplicemente più imbecilli.

Ormai li conosciamo.

Scrivono nei muri che non vogliono un’Europa multietnica.( non sono i soli )

Pur non condividendo i loro desideri, provo a immaginare la costruzione di un’Europa mono-etnica.

Come si costruisce????

Io non ci arrivo. Mi è difficile.

Sono solamente deliri di persone astute.

Son deliri che si traducono in voti.

L’ultimo delirio l’ho letto sul “Varese news” proprio ieri.

Un articolo sul trionfo della Lega Nord a Trinità d’Agultu.

Il candidato Mauro Morlè, pescatore, ha raggiunto il 30,82%. Siamo nella provincia di Olbia-Tempio, in Sardegna.

Qui è approdata la Lega Nord Sardina, sezione “terrona” del partito per l’indipendenza della Padania, qui la gente ha scelto di votare per delle persone che vedono il loro territorio come nella  cartina riportata in basso.

Il senatore Fabio Rizzi, commissario nazionale Lega Nord Sardinia, è sicuro che questo è solamente il punto di partenza, tanto da annunciare che subito inizierà il lavoro in vista delle consultazioni amministrative del prossimo anno.

Spero si ricordi che verso il meridione della Sardegna, la gente è chiamata maurreddusu, da mori, per via della carnagione scura e della storia passata, in modo da non fare delle gaffe qualora dovesse intraprendere uno dei pallosissimi sermoni leghisti sull’origine celta dei padani.









CAOS BISSAU- Lo Stato africano dove coca e instabilità assicurano il controllo
post pubblicato in esteri, il 7 giugno 2009

La Repubblica della Guinea Bissau ha vissuto l’ennesima tragedia.

Dopo marzo, in cui persero la vita dapprima il capo di stato maggiore Tagmé Na Waié, e in seguito il suo rivale, il Presidente Viera, pareva che il peggio fosse passato

Invece alla vigilia della campagna elettorale per le presidenziali, omicidi e rappresaglie, danno ancora l’immagine di uno Stato nel caos.

Venerdì 5 giugno, quattro persone sono state assassinate, tra cui spiccano i nomi di: Basirou Dabo, un candidato alle presidenziali ucciso durante il tentativo d’arresto, Helder Proença, ex ministro della difesa assassinato dalle forze di sicurezza e Faustino Fudut Imbali, ex primo ministro

Le vittime apparterrebbero al PAIGC ( Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo-Verde, al potere, ex partito unico ) e avrebbero voluto tentare un coup d’Etat per guidare il Paese.

Bassirou Dabo, candidato alle presidenziali, era molto vicino al presidente Joao Bernardo “Nino” Vieira, e secondo l’opinione pubblica, avrebbe avuto buone possibilità per vincere le elezioni.

Le elezioni fissate per il 28 giugno si annunciano delicatissime per l’equilibrio della piccola repubblica africana.

L’ ex colonia portoghese, denominata la “Costa della coca”, per via della sua posizione geo-strategica che la pone come base operativa dei narco-trafficanti, essendo una tappa nel viaggio che porta la droga dal Sudamerica all’Europa, si afferma come uno degli Stati più instabili del Continente.

L’agenzia Pana ha reso noto un comunicato della Direzione Generale di Informazioni dello Stato guineano, nel quale si comunica che Dabo e Helder erano entrambi coinvolti nel tentativo di colpo di Stato. La Direzione ……comunica che la notte del 4 giugno, un tentato golpe perpetrato dall’auto-proclamato Alto Commando delle forze repubblicane per la restaurazione, diretto da Helder Proença, è stato bloccato” aggiungendo che “ Proença ha lasciato il Senegal per coordinare le azioni di questo attacco. Siamo di fronte ad un atto di sovversione dell’ordine costituzionale, tutti gli autori erano armati,…….…, l’appoggio della Polizia è stato sollecitato per disarmare questi elementi. Durante l’operazione, certi si sono arresi volontariamente, mentre altri hanno cercato di resistere davanti alle forze dell’ordine, le quali hanno dovuto aprire il fuoco. Come conseguenza ci sono state delle vittime.”

Tutti i presunti membri dell’ Alto Commando sono dei dirigenti del Partito africano dell’indipendenza della Guinea e di Capo-Verde ( PAIGC, al potere ), diretto dal Primo ministro Carlos Gomes Junior, oltre che deputati eletti nelle ultime legislative.

Sempre secondo il comunicato il tentato golpe aveva come obbiettivo principale l’eliminazione  fisica dell’attuale capo di stato-maggiore generale delle forze armate, Zamora Induta e del Primo Ministro Carlos Gomes Junior, in visita privata in Portogallo.

I presunti cospiratori desideravano, sempre secondo il comunicato, destituire il Presidente della Repubblica ad interim, Raimundo Pereira e sciogliere il Parlamento.

Non si sa di preciso quante persone siano coinvolte in questo piano, ma da parte sua, la Polizia ha dichiarato di essere in possesso di riprese filmate attestanti la preparazione del golpe.

Intanto l’esercito Senegalese è in allerta lungo la frontiera. “I soldati sono schierati lungo la frontiera per evitare ogni possibile infiltrazione” sottolineano fonti vicine alla zona militare N5 che controlla la zona meridionale senegalese, rassicurando che “ l’Armée non è solamente impiegata per la sicurezza, ma anche per portare aiuto a eventuali rifugiati”

Bisognerà attendere qualche giorno per conoscere l’entità di questo tentato golpe.

Per ora c’è chi ipotizza, come la maggior parte dei quotidiani africani, che dietro questa operazione ci sia la voglia di una purga all’interno del partito per eliminare tutti gli elementi vicini al presidente-assassinato Viera.

Molte Ong operanti a Bissau denunciano l’impossibilità di convocare delle elezioni per il 28 giugno, ora che la poca credibilità delle istituzioni guineane rende l’ex colonia portoghese a rischio di destabilizzazione-permanente.








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permalink | inviato da francesco pongiluppi il 7/6/2009 alle 15:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
LA SARDEGNA E LE ELEZIONI EUROPEE 2009: UNA MINORANZA LINGUISTICA SENZA RAPPRESENTANZA
post pubblicato in sardegna, il 31 maggio 2009

Siamo arrivati a giugno, e per noi sardi inizia la stagione più bella: l'estate.
Il mare, le spiagge, il turismo, il lavoro.
L'estate 2009 dovrebbe avere un valore aggiunto: la possibilità di poter scegliere democraticamente i nostri rappresentanti europei.
Per noi, minoranza linguistica, isolani e crocevia di culture che vanno dall'Africa alla Spagna, dovrebbe essere l'occasione per accorciare le distanze e per sentirci partecipi come soggetti attivi della costruzione di un'Europa dei popoli.
Di un'Europa che in più di una circostanza ha avuto bisogno di noi, della nostra forza lavoro, della nostra posizione geo-strategica, della nostra natura.
L' estate 2009 non avrà un valore aggiunto, sarà come quella del 2004, o come quella del 1999.
Anche a questo giro, la rappresentatività del popolo sardo non verrà presa in considerazione.
Troppo pochi, troppo leggeri per poter competere al peso politico della cugina Sicilia.
Ma questa volta l'amaro in bocca genera nausea.
La nausea di chi ha sentito ripetutamente promesse sul futuro europeo del popolo sardo.
Promesse elettorali per ingenui elettori.
Dalle elezioni politiche del 2008 alle regionali del 2009, ho sentito e letto di tutto.
Ho sentito personaggi illustri, costituzionalisti e leader di partito ripetere a più riprese la necessità del popolo sardo di eleggere propri rappresentanti.
La legge elettorale attuale, la legge 24/01/1979, prevede una circoscrizione unica, la quinta. Questa circoscrizione unisce le due isole principali, la Sardegna e la Sicilia.
No
n bisogna aver studiato demografia o statistica per capire che cosa c'è di strano in questo accorpamento. Due dati: 1.668.000 circa la popolazione sarda; quasi 5 milioni quella siciliana.

Come può l’elettorato sardo poter pensare di bilanciare il divario che lo separa dall’elettorato siculo?

Dovremmo votare in blocco per un solo candidato di un solo partito. Ma, a malincuore per chi ci ha provato negli ultimi tempi, non siamo ancora una repubblica delle banane e nel nostro sistema vige fortunatamente il multipartitismo.

Perché, noi sardi, con le nostre peculiarità culturali, non abbiamo diritto ad eleggere nostri rappresentanti? Perché ci dicono che se votiamo i rappresentanti siciliani, loro saranno lì a difendere e portare avanti le nostre istanze?

Non è vero. Non mi permetto di mettere in discussione l’impegno politico dei siciliani che otterranno la poltrona, ma è indiscutibile, che un buon siciliano avrà, giustamente, come priorità quelle della propria terra e del proprio popolo.

Sicilia e Sardegna hanno problemi diversi, economie diverse, lingue diverse e una storia diversa.

Oggi, dopo 12 mesi di discorsi e promesse, queste differenze e questi problemi pare che siano svaniti.

 Perché il disegno di legge n318/ 2008, presentato dal senatore PD Luigi Zanda, col quale si chiedeva la modifica della legge per la creazione di una nuova circoscrizione “Sardegna”, per permettere l’elezione di rappresentanti isolani, è stato accantonato?

Perché i giudizi espressi dal senatore e costituzionalista Ceccanti, in favore della circoscrizione Sardegna, son rimasti solamente dei giudizi?

Ma ciò che mi amareggia maggiormente, è aver sentito durante le campagne elettorale del 2008 e del 2009 la spavalderia di certi politici nel promettere un cambiamento della legge elettorale per le europee a favore de sa Sardinia.

Cosa ha fatto il Movimento per l’Autonomia per la creazione della circoscrizione Sardegna?

Ha promesso, ha dichiarato ed infine lo sforzo è stato mettere on-line una petizione!

Perché alla regionali di febbraio il centro-destra ha promesso le creazione della circoscrizione, addirittura ipotizzando questa manovra nel primo consiglio dei ministri  post-elezione?

Ora i leader nazionali  bazzicano nella nostra terra come esattori delle tasse.

Siamo in campagna elettorale, ed è giusto che i sardi sentano le vecchie storielle.

Purtroppo il principio democratico dovrà pagare un prezzo salato e lo stesso criterio di rappresentatività sarà messo a dura prova.

 Alcuni partiti e movimenti sardi hanno deciso di astenersi e di non candidarsi, invitando l’elettorato ad astenersi. Questi casi si registrano solitamente in paesi che godono di un indice democratico nettamente inferiore al nostro.

Non è questione di colore o di partito, qui si giocano i nostri interessi.

Le responsabilità devono cadere interamente sulla classe politica isolana e nazionale, non essendo stata in grado, in tutti questi anni, di modificare questa legge iniqua.

L’integrazione europea è il primo passo verso lo sviluppo sardo.

Non abbiamo bisogno che altri Barbareschi siedano in qualsivoglia parlamento per mezzo dei nostri voti.

 

Francesco Pongiluppi




Il Togo e l’affare Kpatcha
post pubblicato in esteri, il 26 maggio 2009

Il Togo e l’affare Kpatcha:

Un meso dopo l’operazione “Base Arrière 3”, nome in codice dell’attacco alla residenza di Kpatcha Gnassingbè, i retroscena si moltiplicano. L’operazione ha portato al sequestro di ingenti quantità di armi e all’arresto di diversi ufficiali dell’esercito, oltre all’inquisizione di un altro figlio dell’ex dittatore Eyadema.

Di qui  le voci di un complotto e l’annuncio di un tentato golpe nel giorno in cui il Presidente sarebbe dovuto partire per la Cina.

Dopo la liquidazione del deputato Kpatcha, altre personalità politiche, giornalisti, ufficiali e persone vicine all’ex ministro della Difesa, hanno iniziato a giustificarsi dalle accuse di complotto.

Con gli avvenimenti del 12 aprile, l’opposizione e il partito al governo, RPT( Rassemblement du Peuple Togolais), hanno smesso di discutere in seno al CPDC (quadro permanente di dialogo e concertazione). L’affare Kpatcha ha permesso al RPT di rinviare le riforme costituzionali e istituzionali previste dall’APG( Accord Politique Global).

Oggi nessuno discute del CPDC e tutte le riforme sono state parcheggiate.

Il potere, turbato dal terremoto interno al clan Gnassingbè, preferisce occuparsi della sicurezza nazionale e non si comprende come il “riformista” Faure assieme al suo partito ostacolino, ogni volta, quelle riforme necessarie in vista delle elezioni presidenziali del 2010. 

L’affare Kpatcha pare un alibi per rinviare le riforme e per raggirare le pressioni della Comunità Internazionale.

Come è la situazione a Lomé?

Se si gira per la Capitale si ha l’impressione che la gente non sappia nulla di questa faida familiare, regna un’apparente calma. Ma uno straniero che ha visto altre volte la città, nota subito delle differenze visibili ad occhio nudo: polizia e militari sono presenti in ogni quartiere, ad ogni ora.

Quartieri come Adidogomè, sono frequentati da parecchi uomini della sicurezza in borghese, e sulla strada, camionette con a bordo poliziotti fermano a ripetizione giovani come anziani.

La sera nei bar gli “uomini del Presidente”, con modi arroganti, invitano i giovani a non formare gruppi numerosi, e per uno iowo( bianco in lingua ewe) , essere fermato da un militare dall’alito alcolico, può essere una seccatura, specie se non si ha qualche CEFA (franco dell’africa occidentale).

Anche lasciare il Paese può essere un operazione più complicata del solito.

Quando cerco di avere informazioni dalla gente, tutti sembrano non sapere, sono ancora troppo vivi i ricordi del 2005, che costarono la vita ad oltre  500 persone.

Chi parla sa ben poco, anche perché i media nazionali hanno smesso di riferire dopo l’invito del governo a tacere, ma da quello che viene riportato dai giornali di Lomé, pare che dietro questa diatriba familiare ci sia l’ombra della Françafrique. In questo scenario vi è di mezzo la concessione del porto di Lomé, dove il gruppo Bollorè combatte una guerra contro il gruppo Progossa per la gestione portuale.

Il Presidente Faure a differenza del fratellastro Kpatcha, vedrebbe di buon occhio la gestione Bollorè.

 Ecco come quest’affare familiare potrebbe essere alla base degli ultimi avvenimenti togolesi, almeno secondo le informazioni riportate dal quotidiano togolese Le nouveau Reveil.

 

Francesco Pongiluppi

Lomè


kpatcha  Faure Gnassingbé






Gabon: il Presidente Bongo sospende le sue attività
post pubblicato in esteri, il 20 maggio 2009
Albert Bernard Bongo, Presidente-Padrone del Gabon, sospende le sue attività per motivi di salute.
Secondo fonti si troverebbe inSpagna per curarsi da una malattia che lo affligerebbe da mesi.
Rimasto vedovo a marzo, quest'uomo  di 73 anni, per la prima volta dopo 43 anni di potere assoluto, lascia momentaneamente l'attività politica.
Se l'assenza del capo dello Stato dovesse prolungarsi, il governo ha fatto sapere che spetterebbe a Rose Francine Rogombe la presidenza.
La Rogombe, 66 anni e membro del Partito  Democratico Gabonese al potere, ricopre attualmente la carica di Presidente del Senato.
Secondo altri osservatori pare  più probabile che le redini del potere passino al figlio di Bongo, Ali Ben Bongo, ministro della Difesa, per non tradire la consuetudine africana delle dinastie al potere.
L'assenza di uno degli ultimi fossili politici africani, made Françafrique, non modificherà la battaglia
dell'oppsizione democratica gabonese, che conosce bene i trucchi dell' èlite governativa.
Auguriamoci che il Gabon non segua i brutti esempi del Togo e del Congo, dove, i figli dei dittatori siedono alla Presidenza in veste di Politici eletti "democraticamente".













TOGO: MATERIALE ELETTORALE SBARCATO CLANDESTINAMENTE ALL'AEREOPORTO DI LOME`
post pubblicato in esteri, il 14 maggio 2009
Secondo quanto riportato dai giornali di Lome', la scorsa settimana un importante materiale elettorale è stato ritrovato presso l'aereporto internazionale General Eyadema della Capitale.
Non si conosce ancora la provenienza del materiale ritrovato ma pare certo che fosse destinato verso il nord del Paese.
Chi ha ordinato questo materiale? La classe politica è al corrente di questo ordine?
Ecco che torna vivo il ricordo del triste scenario del 2005, quando un ex funzionario dello Stato ordino`un milione di schede al Gabon che servirono per truccare le elezioni.
Ora il Presidente Faure dovra`rendere conto, dal momento che ripetutamente ha dichiarato di auspicare a delle elezioni simili a quella avvenute nella confinante democrazia del Ghana, per evitare alla nazione l'ennesimo dramma.
Si attendono delle precisazioni in Parlamento dal governo Houngbo
Passo in avanti o salto nel passato?
post pubblicato in esteri, il 3 maggio 2009
La conferenza dei paesi donatori sulla Somalia tenutasi in Belgio si è chiusa con un apparente successo: la raccolta di oltre 200 milioni di dollari a sostegno delle forze di sicurezza somale e delle truppe di peace-keeping dell'Unione Africana di stanza a Mogadiscio.
A prima vista ci sarebbe da gioire per il rinnovato sostegno della comunità internazionale verso un processo di pace che sembrava fatalmente arrivato al punto di non ritorno quando, nel Gennaio 2009, l'ex Presidente Abdullah Yusuf rassegnava le dimissioni riconoscendo apertamente il fallimento del TFG nato nel 2004.
L'esito della conferenza sulla Somalia non dovrebbe però apparire così scontato.
Il governo di Mogadiscio appoggiato dai paesi donatori non controlla che alcuni quartieri di Mogadiscio, mentre il resto del paese rimane saldamente in mano all'opposizione islamica di Al Shaabab e Hizbul Islam o sotto la tutela di milizie claniche legate da temporanee alleanze con le frange governative.
Ancora più preoccupante appare però la situazione nel Nord del paese.
Le regioni autonome del Puntland e del Somaliland hanno apertamente criticato l'azione del mediatore delle Nazioni Unite Ould Abdullah.
Niente di nuovo per il Somaliland, che sin dal 1991 rivendica istanze secessioniste e non pare disposto ad alcun compromesso su un eventuale ritorno nell'alveo unitario.
L'approccio dell'amministrazione puntina sul processo di pace somalo è stato invece caratterizzato sin dal 1998, anno della sua costituzione, da un atteggiamento ambiguo.
Attivo sostenitore del TFG nato nel 2004, guidato da quel Yusuf fino al 2003 Presidente del Puntland stesso, il governo di Garowe rivendica adesso un maggiore distacco dagli eventi in corso a Mogadiscio, sottolineando la mancanza di rappresentatività del clan Daarod-Majeertin nel nuovo esecutivo emerso dagli accordi di Gibuti.
Il sostegno accordato dai paesi occidentali e dalla Lega Araba a Sheikh Sharif è stato duramente criticato dall'amministrazione migiurtina, che teme nel lungo periodo una possibile annessione manu militari e il sabotaggio del progetto di Stato federale di cui è sempre stata convinta sostenitrice.
Il richiamo di Francia e Spagna ad una nuova conferenza sulla Somalia che coinvolga anche le entità secessioniste e autonomiste appare dunque quanto mai opportuna, affinchè gli errori del passato non si ripetano e l'ennesimo processo di pace non affondi nel magma delle divisioni interclaniche.
TOGO: GNASSINGBE', LA FAMIGLIA DEI PARENTI SERPENTI
post pubblicato in esteri, il 25 aprile 2009
 La capitale Lome' all'alba di domenica 12 aprile e' stata svegliata da un icubo feroce: nella casa dell'ex ministro della difesa, Kpatcha Gnassingbe', e' avvenuto un feroce combattimento.
Kpatcha Gnassingbe' oltre a essere l'ex ministro della difesa, e' anche il figlio dell' ex dittatore Eyadema, deceduto nel 2005, nonche' fratello minore dell' attuale presidente Faure Gnassingbe'.
Questi, recatosi presso l' ambasciata degli USA, ha raccontato ai giornalisti di essere stato obbiettivo di un attentato, eseguito da uomini armati in uniforme militare.
Al momento del suo racconto non si conoscevano i dettagli e i motivi di questo attacco.
Ma poco dopo il Capo Procuratore Robert Boubadi Bakai, ha dichiarato una versione piu' dettagliata riguardo la sparatoria avvenuta  nella residenza dell'ex ministro.
I militari, in accordo con il Procuratore Bakai, hanno fatto irruzione qualche ora prima della programmata partenza del Presidente Faure in visita di Stato in Cina, poi cancellata.
Membri dell' Ufficio di investigazione nazionale, erano stati mandati nella residenza di Kpatcha Gnassingbe' ricevendo un secco rifiuto.
In risposta gli investigatori, hanno chiamato rinforzi dal Centro di Rapida Assistenza e Intervento delle Forze Armate Togolesi.
Il team giunto nell'abitazione del fratello di Faure, era guidato dal Colonnello Felix Radanga: questi e' il marito della sorella di Faure e Kpatcha, Madame Badanam Gnassinbe'.
Fonti hanno dochiarato che quando sono arrivati nella residenza dell' ex ministro, hanno incontrato una dura resistenza dagli uomini di Kpatcha, i quali hanno subito aperto il fuoco.
I soldati hanno replicato con lanciarazzi, granate e spari, minacciando di radere al suolo la casa se questi non si fossero arresi.
A questo punto il Comandante della divisione motorizzata delle Forze Armate Togolesi, Rock Gnassingbe', arriva sulla scena ordinando il cessate il fuoco.
Il Colonnello Rock ha convinto gli uomini della Rapide Assistance Unit di risolvere il problema amichevolmente alzando le mani al cielo per mostrare di non essere armato.
Prima che il Colonnello arrivasse sulla scena, fonti hanno dichiarato che due uomini di Kpatcha erano stati ucciso nel corso della sparatoria che ha ferito gravemente tre soldati.
Kpatcha Gnassingbe'  ha dichiarato che le sue quattro guardie del corpo sono state sequestrate assieme al cuoco e al domestico.
Al momento del conflitto a fuoco pare che i suoi tre bambini non fossero in casa, perche' portati via dalla residenza per trascorrere la Pasqua con loro zio. sollevando sospetti di essere stati allontanati per la loro sicurezza.
Come risultato degli eventi il Presidente Faure Gnassingbe' ha rinviato il suo viaggio ufficiale in Cina.
Cosi' come cinque alti ufficiali dell'esercito sono stati arrestati.
Il settimanale di Lome', Le Regard, ha reso noti i nomidegli ufficiali arrestati: il Com. Atti, il Cap. Dontema, il Com.Amah, Il Luogotenente Tchamie, il Cap. Babobiadi Gnassingbe', il Com. Digberekou, il Sergente Seydou e il Col. Lemiou.



From Ghana
Francesco Pongiluppi                         
venerdi 17 aprile 2009

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TOGO: LA GENDARMERIA MOSTRA LE ARMI SEQUESTRATE ALLA STAMPA?
post pubblicato in esteri, il 25 aprile 2009
 Il corpo paramilitare nazionale della Gendarmeria Togolese ha mostrato alla stampa un arsenale di armi sofisticate, confiscate al vecchio ministro della Difesa Kpatcha Gnassingbe', attualmente accusato di aver pianificato un colpo di stato per rovesciare il governo guidato dal fratello Faure.
Tra le armi confiscate vi sono fucili automatici, fucili d' assalto ed equipaggiamento per sofisticate comunicazioni, il tutto prelevato dalla residenza di Kpatcha.
Il Com. Amana della gendarmeria Nazionale del Togo mostrando alla stampa le armi, ha dichiarato che l' arsenale sequestrato a Kpatcha include Land Cruisers, jeeps, fucili d'assalto, AK 47s, Israeli UZI, pistole e uncontainer carico di granate e gas lacrimogeni.
Oltre le armi, l' arsenale include materiali radiotrasmittenti, cento telefoni stellitari, binocoli, una grossa quantita' di targhe straniere e locali per veicoli, uniformi militari , stivali e giubbini anti-proiettili.
L' Ufficiale ha mostrato un ingente quantita' di silenziatori made in Israel.
Il procuratore Bouabadi Bakai, presente durante l'esposizione alla stampa delle armi sequestrate, dopo accurate investigazioni della Gendarmeria,ha dichiarato :
- vogliamo mostrarvi i frutti delle investigazioni, lo scopo di mostrare le armi sequestrate alla stampa e' quello di scoraggiare la mente che sta dietro al vecchio ministro della Difesa -.
Kpatcha e' accusato di aver preparato una ribellione contro lo Stato del Togo, di aver reclutato gruppi sovversivi e di essere in possesso di armi pesanti, al fine di mettere in atto un insurrezione contro la sicurezza del Paese.
Ora Kpatcha si trova detenuto presso la Gendarmeria Nazionale nella capitale.
Intanto Lome' ha recuperato il suo normale ritmo di vita dopo le iniziali inquietudini causate dalle voci di un attentato contro il vecchio ministro della difesa.

Autore: Francesco Pongiluppi (Accra)
OCCIDENT/AFRIQUE - RENCONTRE ENTRE DEUX CULTURES
post pubblicato in esteri, il 5 aprile 2009

Introduction :


Un rapprochement succinct du vécu quotient nous amène à une évaluation entre la culture occidentale et Africaine. Ceci n’est qu’une approche personnelle, et peut être soumise à toute critique et modification.


La culture fait partie de la richesse de tout pays, elle est particulière aux traditions et spécifique à chaque personne. C’est un sujet vaste dans sa considération générale, c’est pourquoi je traiterai seulement le quotidien en mettant l’accent sur les échanges avec les personnes que j’ai pus rencontré en tant que président d’une association.


Analyse :


La culture Occidentale vue par les Togolais

Nous considérons souvent ce qui vient de l’Occident comme l’exemple que chacun d’entre nous doit suivre, en commençant par le confort matériel jusqu’à leur mode de vie.

Tout ce que nous regardons à la télévision : les médias, les films, les feuilletons, les documentaires, les jeux télévisés… est une image que les togolais se font de la vie en Occident et cherchent ainsi à les imiter dans leur quotidien. Par exemples en achetant des habits de marques, en se coiffant comme eux, en faisant des tatous et des piercings. Ils cherchent à changer leur comportement et leur mentalité. Parfois certains togolais après avoir passé quelques mois en France, à leur retour au Togo se considèrent comme français et imite leur accent.


La culture Togolaise vue par l’occident (France et Italie)

La représentation que nous nous faisons de la culture africaine n’est pas basée sur les mêmes préoccupations, tant nos besoins sont différents.

La culture est une notion qui prend plus d’importance dans les pays comme le Togo, son sens n’est pas le même, elle parait plus vital pour eux dans leur quotidien. C’est sans doute se qui fait la richesse de ce pays et de ses habitants. Les togolais ne sont pas préoccupés par les choses superficielles qui le sont pour nous. Ils donnent davantage d’importance à la famille, les amis, les coutumes… Bien que nous soyons plus avancé sur le plan technologique, les africains ont gardé une simplicité dans leur façon d’être, leur comportement, leur mentalité. Ils se préoccupent moins du regard des autres et sont moins dans le jugement. Ils sont plus soudés, ils ne se tracassent pas avec des questions inutiles et font les choses comme ça leur vient. Par exemple s’ils veulent passer voir un ami, ils passent sans prendre rendez-vous, s’ils veulent demander un service, ils le demande sans dire « s’il te plait »…


Avantages :


La diversité de ces deux cultures permet une complémentarité entre les occidentaux et les africains. Bien que nous soyons différents, physiquement par la couleur de peau, mentalement par l’éducation que nous avons reçue, nos cultures respectives font sans nul doute la richesse de nos rencontres, et sont l’une des raisons pour lesquelles nous entreprenons des voyages. Nous sommes à la recherche et à la découverte de ce monde qui prend en considération les valeurs essentielles de nos deux cultures.


Pour les occidentaux la culture africaine permet de réaliser que nous compliquons beaucoup les choses et que nous pouvons vivre plus simplement sans nécessairement avoir tout le confort que nous avons, et qu’il y a des choses plus importantes dans la vie que nous avons tendance à oublier.


Pour les africain la culture occidentale nous prouve qu’il est possible de faire changer les choses et qu’avant toute évolution considérable il faut un changement de mentalité en commençant par les choses élémentaires. A savoir l’hygiène, l’alimentation, le respect de son corps, le respect des droits de l’Homme.


Inconvénients :


Pour les togolais, l’influence de la culture occidentale a pour inconvénient de vouloir devenir la copie conforme des pays occidentaux. Certains togolais, mais surtout les femmes se mettent des produits pour avoir la peau plus claire pour qu’elles soient plus attirantes et ressembler aux occidentaux. Il y a pourtant des étapes plus importantes et des choses toutes simples à faire sans pour autant oublier ses propres valeurs. Avoir les mêmes droits, lutter contre la discrimination, lutter pour la parité, être active dans la société, avoir la volonté de faire évoluer les choses et se donner les moyens d’agir.



Conclusion :


Chaque culture a ses richesses, et le respect mutuel de l’autre est une source de réserve de connaissance pour nous.

Si chacun saurait quoi prendre chez l’autre en se referant a son originalité, le monde ressemblerait à se que nous pensons. Une copie abusive du mode de vie de l’autre entraîne la disparition de sa propre culture et de ses valeurs.

« La vie c’est comme une boite de chocolat, on ne sait jamais sur quoi on va tomber »



Par TONYEDJI Yao

Président de l’Association JED TOGO

Directeur Général du centre artisanal Di-Forto

Chargé de la Formation et de l’information du Conseil National de Jeunesse / CPJ-G

www.jed-togo.org et www.artisanatdiforto.org




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Somalia: unità o Balcani?
post pubblicato in esteri, il 19 marzo 2009
 

La costruzione di uno Stato passa attraverso lo sforzo collettivo di una comunità che, unita da comuni radici storiche, culturali o antropologiche, istituzionalizza questo legame attraverso la perimetrazione di un limes, al contempo metafora della sovranità e estrema difesa contro la minaccia dell'altro.
Nel caso della Somalia questo sforzo ha ormai mostrato la sua intrinseca debolezza, consumato da un ventennio di guerra civile che ha lentamente eroso il collante tra le varie sub-comunità pre-statuali.
L'emergere di forme di fedeltà alternative, di stampo clanico-tribale, ha inesorabilmente segnato il passo generando resistenze sempre più marcate alla prospettiva di un riassetto geopolitico della penisola che ricalchi le orme del recente passato.

L’idea di grande Somalia vagheggiata dai padri dell’indipendenza e perseguita manu militari dal Generale Siad Barre a partire dal colpo di Stato del 1969 pare essere soltanto un lontano ricordo: il presente propone una realtà frammentata, dominata dalle faide tra attori politici eterodiretti che si muovono sullo scacchiere somalo come pedine di un nuovo Grande Gioco per il controllo delle porte dell’Africa Orientale e del Mar Rosso.

Il TFG ( Transitional Federal Government ) è risorto nuovamente dalle ceneri, dopo aver visto l’orlo del baratro in seguito alle dimissioni dell’uomo forte di Garowe, Abdulah Yusuf, dalla carica di Presidente: ultimo atto (per ora) dello scontro tra i potentati del Nord e la grande famiglia che detta legge a Mogadiscio, i Daarod e gli Hawiye. Le nuove elezioni, che hanno visto la partecipazione di un parlamento allargato a 550 membri per via dell’inclusione di parte dell’ex opposizione armata ( la fazione gibutina dell’Alleanza per la Re-liberazione della Somalia, capeggiata dal professore di geografia e leader spirituale sufi, Sheikh Sharif Sheikh Ahmed ) hanno consacrato un nuovo equilibrio politico, che sposta il baricentro del potere nelle mani dei clan della regione del Benadir (gli Hawiye) e legittima per la prima volta il ruolo del movimento islamista come autentico interlocutore della comunità internazionale.

L’elezione alla carica di Primo Ministro di Shermake, figlio dell’ultimo presidente democraticamente eletto della Somalia nel lontano 1969, dovrebbe costituire il collante necessario per evitare l’ennesimo naufragio della road map gibutina, inizialmente costituita nel 2004 con un mandato quinquennale ma prorogata fino al 2011 nel Gennaio di quest’anno. Shermake rappresenta senza dubbio una svolta nel processo di selezione dell’elite politica somala: contrariamente ai suoi predecessori, fortemente legati alle fazioni militari in lotta sul campo, il nuovo Primo Ministro ha svolto una carriera di primo piano nelle principali agenzie internazionali delle Nazioni Unite e rappresenta uno dei migliori esempi dell’intelligentsia e della diaspora somala. La sua appartenenza al clan Daarod è un requisito fondamentale per garantire stabilità e speranze di successo al processo di riconciliazione nazionale, in un sistema dominato dalle appartenenze tribali e che prevede l’assegnazione dei ministeri attraverso una ripartizione rigidamente codificata tra i principali clan. La proposta di impedire la libera circolazione di uomini armati a Mogadiscio, se applicata, potrebbe portare ad una reale svolta nell’interminabile massacro perpetrato ai danni della popolazione civile somala.
 
Il principale avversario di Shermake non è, in questo caso, l’opposizione islamista o il terrorismo internazionale, ma la volontà di potenza dei vari signori della guerra che ancora controllano i quartieri della capitale. L’alleanza inevitabile venutasi a creare negli ultimi anni tra milizie armate e imprenditoria locale si trova ora ad una svolta: se il governo riuscirà a dare schiari segnali di fermezza e imparzialità potrebbe forse riuscire dove altri hanno fallito; altrimenti, la logica settaria che ha condizionato tutti i tentativi di pacificazione intrapresi finora prevarrà nuovamente. La sola forza militare non sarà di per sé sufficiente (basta osservare la condizione da assediati in cui versano attualmente le truppe AMISOM che dovrebbero garantire l’ordine e la sicurezza delle istituzioni transitorie) ma costituirà comunque uno strumento indispensabile per raggiungere lo scopo prefissato.
Molto dipenderà all'esito della campagna armata intrapresa da Al Shaabab contro le postazioni filogovernative nella regione del Medio Shabelle e del alto Giuba.
Lo spostamento di 50 technical armati con mitragliatrici pesanti e lanciarazzi decisa dal Capo di Stato Maggiore delle milizie islamiche radicali sembra preludere a nuovi venti di battaglia, per decidere il dominio delle fertili pianure somale.


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TENTATO GOLPE IN GUINEA EQUATORIALE
post pubblicato in esteri, il 26 febbraio 2009

Fonti vicine all’ ambiente diplomatico spagnolo  rendevano conto di un combattimento nella notte del 17, all’esterno del palazzo presidenziale, tra un gruppo di uomini armati e le forze di sicurezza.   Queste hanno avuto conferma dallo stesso presidente Teodoro Obiang.

Le autorità guineane precisano che gli assalitori provenivano dal delta del Niger e in un comunicato diffuso per chiarire la situazione all’indomani dell’assalto sostenevano a caldo che il  paese era stato nuovamente vittima di un attacco di ribelli del delta del Niger nella città di Malabo, precisando che uno degli assalitori era stato ucciso mentre altri che  fuggivano su una barca erano stati intercettati dalla marina che aveva affondato l’ imbarcazione.

Secondo voci spagnole non si tratterebbe di un tentato golpe, ma semplicemente di un atto criminale che ha qualcosa di politico, niente di più. Il paese, terzo produttore al mondo di petrolio nella africa sub-sahariana, è segnato dall’instabilità da decenni.

Nel corso degli anni diversi tentativi d’assalto  hanno cercato di rovesciare l’attuale presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasog, in carica dal 1979 a seguito di un golpe che spodestò suo zio Francisco Macias Nguema. Fu  quello del 2004 il più eclatante   tanto da vedere coinvolti mercenari sudafricani ed europei, probabilmente finanziati  da Mark Thatcher, figlio di Margaret Thactcher, secondo le  rivelazioni fatte dal mercenario Simon Mass

 

Durante una manifestazione a sostegno del Capo dello Stato, in seguito all’attacco contro il suo palazzo, Obiang, davanti a 2000 persone raccolte all’interno dello stadio di calcio di Malabo, ha annunciato il divieto di circolazione alle imbarcazioni nelle acque territoriali del suo paese.

In questo clima infuocato, a dar sostegno morale al presidente, hanno provveduto i rappresentanti delle diverse confessioni religiose che nelle altre città del paese hanno organizzato delle preghiere collettive.

L’attacco è stato condannato da più parti: politici, membri della società civile, del settore privato e degli organi costituzionali si sono uniti nel  dare solidarietà al capo dello stato, allorchè egli stesso ha affermato che l’attacco era mirato alla sua eliminazione fisica. Obiang ha etichettato questo attacco come puramente politico e  ha deciso di rinforzare la sicurezza e la difesa dell’integrità territoriale.

La prima carica dello Stato  ha promesso una taglia di 5 milioni di FCFA (7600 euro ) a ogni persona che dia informazioni precise sulla posizione dei fuggitivi e del loro materiale utilizzato;mentre per gli arrestati e per i loro mandanti ha assicurato che questi verranno giudicati in Guinea Equatoriale e condannati a pene esemplari.

La Francia, da parte sua, ha deciso di dare un appoggio logistico alla Guinea-Equatoriale nella lotta contro l’immigrazione clandestina, che nell’ex colonia spagnola raggiunge proporzioni drammatiche. Il boom del petrolio ha attirato insieme ai petroldollari un gran numero di immigrati provenienti da tutti i paesi limitrofi. Una delegazione francese è attesa nella capitale per discutere insieme alle autorità locali sulla creazione di una polizia dell’immigrazione per controllare il fenomeno.

Queste misure, dirette ad ottenere una maggiore efficacia ed efficienza nella lotta all’immigrazione clandestina, dimostrano che il problema sia sentito come un’emergenza dalle autorità guineane le quali accusano i clandestini di essere i responsabili dell’insicurezza nazionale. Sempre nell’ambito di queste misure va letto l’aumento da 250.00 a 500.000 FCFA per ottenere un permesso di soggiorno, oltre al divieto, nella città di Niefang, di uscita notturna per gli stranieri, insomma una battaglia all’immigrazione, anche a quella regolare.







Balletto diplomatico in Somalia
post pubblicato in esteri, il 24 febbraio 2009

Mentre proseguono febbrili nel sud della Somalia le trattative di pace tra il Governo Federale di Transizione (TFG) e i ribelli di Al Shaabab e del neo-nato Fronte Islamico, nel nord della penisola si muovono i fili di delicati intrecci diplomatici, che potrebbero preludere ad una risistemazione geopolitica dello scacchiere somalo.

Mercoledì 18 Febbraio è infatti sbarcata a Garowe, capitale della regione semi-autonoma del Puntland, un’importante delegazione internazionale composta da esponenti di diverse agenzie delle Nazioni Unite, la Banca Mondiale e l’Unione Europea.

Scopo della visita era la pianificazione di un programma di sostegno allo sviluppo del tessuto economico sociale e dell’apparato amministrativo dello Stato puntino, nel cui territorio sono presenti alcune delle principali roccaforti della pirateria locale: l’incontro si è in particolare soffermato sulla necessità di implementare le misure anti-pirateria già adottate dall’amministrazione del Presidente Farole, che non ha mancato di sottolineare i progressi intrapresi dal suo governo in questa direzione.

Il summit fa parte di una strategia di più ampio respiro, diretta a sostenere gli sforzi di pacificazione intrapresi dagli attori coinvolti nel conflitto somalo nella speranza di garantire una certa stabilità politica dell’area ed eliminare così all’origine la principale causa del prosperare della pirateria.

Già da tempo impegnata in un notevole sforzo finanziario e diplomatico a favore dell’affermazione di un governo di unità nazionale in Somalia, la comunità internazionale ( e soprattutto l’asse Europa-Stati Uniti ) pare inaugurare un nuovo corso con la visita del 18 Febbraio.

Si tratta infatti della delegazione di più alto livello mai sbarcata in Puntland, repubblica semi-autonoma ubicata nel Nord-est della penisola e nata nel 1998 dopo un decennio di guerra civile.

Diversamente dal vicino Somaliland, la cui aspirazione dichiarata è il raggiungimento della piena indipendenza e il conseguente riconoscimento internazionale, il Puntland si autoproclama come uno Stato federale all’interno della futura entità statuale somala, di cui entrerebbe a far parte qualora il processo di Gibuti, attualmente in corso, portasse con successo alla creazione di uno Stato unitario all’interno dei confini amministrativi dell’ex colonia italiana.

In seguito al rovesciamento del presidente Yusuf dallo scranno più alto del Governo Federale di Transizione nel Gennaio di quest’anno, il Presidente Farole ha minacciato di disconoscere la road map gibutina qualora il nuovo TFG, ora presieduto da un membro del clan Hawyie, non avesse garantito un’adeguata rappresentanza del clan Daarod, a cui appartengono sia Farole che Yusuf: l’orientamento centralista che sembra emergere dagli atteggiamenti del nuovo TFG si scontra con il progetto federalista fino ad oggi auspicato dall’elite dirigente Daarod.

La missione odierna, nell’attribuire il rango di interlocutore ufficiale all’amministrazione puntina, potrebbe dunque preludere al riconoscimento del fallimento del processo di pace di Gibuti nella sua forma originaria, in favore di una politica di sostegno alla stabilizzazione della regione che passi attraverso la rinuncia al principio dell’inviolabilità delle frontiere e una nuova mappa geopolitica del Corno d’Africa.

Il Puntland minaccia il processo di Gibuti
post pubblicato in esteri, il 29 gennaio 2009
 

Alla vigilia del vertice previsto a Gibuti il 2 Febbraio, che dovrebbe portare all’allargamento del Parlamento Somalo di Transizione per includere i 200 membri dell’ARS capeggiati dal leader sufi Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, le più alte cariche governative delle due province settentrionali “ribelli”, Somaliland e Puntland, emettono un duro comunicato che mette in forse la tenuta della road map condotta sotto gli auspici del Inviato Speciale per le Nazioni Unite Ahmedou Ould-Abdallah.

In una lettera indirizzata a quest’ultimo il 24 Gennaio, il presidente eletto della regione autonoma del Puntland, Abdirahman Farole, esprime serie perplessità circa un’eventuale estensione del parlamento transitorio al fine di includere l’ARS nel meccanismo di elezione del nuovo presidente, sollecitando un maggior coinvolgimento del Puntland e dei suoi rappresentanti nel futuro braccio legislativo.

La reazione di Farole appare motivata dal timore, esacerbato dopo le dimissioni di Yusuf dalla carica di presidente del Governo Federale di Transizione, di uno spostamento degli equilibri politici nel governo centrale a favore del clan Hawiye, dominante nella regione di Mogadiscio e spina dorsale dell’Alleanza per la Re-liberazione della Somalia..

Al fine di evitare tale eventualità, viene posto l’accento sulla necessità di procedere all’elezione dei nuovi deputati sulla base del sistema 4.5 , che garantirebbe un’equa rappresentanza di tutti i clan contenendo parallelamente il peso politico degli Hawiye.

La presa di posizione di Farole è stata ribadita il 27 Gennaio dal nuovo Ministro per l’Informazione, Sefta-Bananka, che non ha mancato di adombrare un eventuale disconoscimento del processo di pace di Gibuti da parte del Puntland, se le sue richieste non dovessero essere accolte.

Le misure recentemente adottate dalla nuova amministrazione, dalla riorganizzazione delle forze di sicurezza al dichiarato intento di riconquistare le regioni del Sool e Sanaag occupate dal Somaliland nel 2007, sottolineano una svolta autonomista rispetto alla linea politica dell’ex presidente Adde Muse: appare evidente come le dimissioni di Yusuf, a sua volta presidente del Puntland dal 1998 al 2004 e membro di spicco del clan Daarod dominante a Garowe, siano destinate a rimescolare le carte nell’intricato gioco diplomatico del Corno d’Africa.


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permalink | inviato da luca puddu il 29/1/2009 alle 16:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
TRUPPE RUANDESI ENTRANO IN CONGO
post pubblicato in esteri, il 21 gennaio 2009
 

Più di mille soldati dell’esercito ruandese sono entrati questa mattina a nord di Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, capitale provinciale del Nord-Kivu, teatro dai primi anni ’90 delle più grosse tragedie congolesi.

A differenza delle precedenti occasioni in cui l’esercito ruandese entrò in Congo, come quando nel 1996 contribuì alla caduta del regime di Mobutu o successivamente nel 1998 quando l’appoggio ad un’altra ribellione in Congo causò 5 anni di conflitto, questa volta pare che l’intervento sia in cooperazione con l’esercito congolese a seguito degli accordi presi lo scorso 5 dicembre dai due governi

L’operazione congiunta s’inquadra nell’intenzione comune di combattere le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (FDRL), rifugiate nella regione dopo le responsabilità commesse nel genocidio ruandese del 1994 .

Il ministro della comunicazione e porta voce del governo congolese, ha dichiarato in un primo momento che la presenza dei militari ruandesi rientra nell’invito fatto dal governo congolese all’ esercito ruandese, il quale è arrivato con i suoi allievi ufficiali: questo sarebbe il loro mandato, secondo il ministro Lambert Mende, ma in un secondo momento ha precisato che l’operazione è guidata dalle FARDC (esercito congolese) e appoggiata dalla “Monuc”.

Diversa la reazione della Monuc, la missione dell’ONU nella Rep. Democratica del Congo, attraverso la dichiarazione del suo porta-voce militare, il colonnello Jean-Paul Dietrich, che ha qualificato inaccettabile il comportamento delle FARDC nel vietare alle sue unità di rendersi nel Nord di Goma, per verificare cosa sta accadendo in queste ore.

Il porta-voce Dietrich ha poi aggiunto che la Monuc non è associata all’operazione e non ne partecipa, affermando che tutte le sue unità sono in allerta per verificare ciò che succede, in particolare là dove sono dispiegate le forze ruandesi e congolesi, considerando di primaria importanza la protezione dei civili e il rispetto dei diritti umani.

L’offensiva in ottobre delle truppe ribelli di Laurent Nkunda ( generale tutzi congolese del CNDP), protetta dalle truppe della Monuc, aveva evidenziato la necessità di neutralizzare i gruppi armati e in particolare la necessità di aprire i contenziosi tra i due paesi, elemento essenziale per la stabilizzazione della regione. Ora i due eserciti si trovano uniti nella missione di cacciare i ribelli hutu del FDRL e i ribelli tutzi del CNPD, entrambe unità di ribelli finanziati per anni dai diversi governi e oggetto di accuse reciproche che nient’altro hanno causato che instabilità, guerre e tragedie. Kinshasa punta principalmente alla neutralizzazione del CNDP, soprattutto in un periodo dove i ribelli si sono divisi in diverse fazioni. Infatti dal 16 gennaio una dozzina di comandanti dissidenti hanno abbandonato il loro generale Laurent Nkunda, e hanno dichiarato unilateralmente la fine della guerra contro le Forze armate congolesi proponendosi come partecipanti all’operazione contro i ribelli delle FDRL al fianco dei soldati ruandesi e congolesi.

Intanto il Consiglio nazionale per la difesa del popolo ( CNDP ), attraverso il suo leader Laurent Nkunda, dichiara che non permetterà alle truppe congolesi e ruandesi di passare sul suo territorio di Rutshuru.

L’operazione congiunta dei due eserciti non risulta essere facile sia sul piano politico che militare.

Le stesse popolazioni della regione del Nord-Kivu hanno ancora lucido il ricordo delle atrocità commesse dalle truppe ruandesi e dal punto di vista militare bisogna considerare che le FDRL contano più di 6.000 uomini, secondo la Monuc, dislocati in zone inaccessibili nel Nord e nel Sud Kivu e di un appoggio all’interno della gerarchia militare congolese.

Nei precedenti interventi, l’esercito di Kigali non riuscì nell’intento di eliminare i ribelli, e c’è chi si chiede se le truppe di Kagame siano entrate in Congo per restarci il più possibile, forse per sfruttare quelle risorse minerarie fin troppo interessanti da lasciare in mano a dei ribelli impoveriti o ad uno Stato incapace di risolvere le proprie lotte interne. 












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